Nella nostra raccolta di frasi celebri mancava Norman Blake, almeno quanto mancava una Collings tra le chitarre recensite in queste pagine. Rimediamo subito, cogliendo due piccioni con una fava. Cosa leghi Blake alla small body in questione lo scoprite subito nell'intro curata dal Casati.
Come suoni la texana ve lo spiega il Bagnasco un po' più in giù...

Ho letto da qualche parte che Norman Blake è il tipo che tutti vorremmo avere per vicino di casa. Ciò ha a che fare indubbiamente col carattere quieto ed intimistico con cui ripropone la musica old time americana. E' tra l'altro uno dei pochi che compone brani originali non "in stile", ma in modo perfettamente riconducibilie per forma e contenuto emotivo alla musica tradizionale del suo paese. A noi interessa anche perchè suona esclusivamente su strumenti vintage - vecchie Martin e Gibson pre-war - di cui è profondo conoscitore ed appassionato collezionista, e da cui trae il suo inconfondibile woody tone.
Nella foto qui sopra lo vediamo imbracciare una Martin doppiozero, di cui la nostra Collings è moderna e fedele riproduzione. E' curioso come Blake attualmente suoni quasi esclusivamente chitarre small-body, come le Gibson Nick Lucas Special e Century of Progress o la Martin doppiozero, appunto, pur avendo iniziato la carriera con le più convenzionali dreadnought. C'è da dire che in un periodo in cui la D-28 andava per la maggiore (sull'onda della bluegrass-mania) il Nostro si presentava con una D-18 o addirittura con dreadnought 12 tasti (interessanti queste ultime, può darsi che ci scappi una review in futuro), dando prova di un notevole anticonformismo mosso da una ricerca sonora del tutto particolare. In una recente intervista ad Acoustic Guitar Blake spiega il senso di questa sua evoluzione. "Non sono più un fan della scala lunga (25.4"), non ha molto senso per quello che faccio. Devi sempre arrivare un po' più in là (con le dita della mano sinistra, n.d.t.), e pestare duro per tirare fuori il suono. Inoltre mi sono stancato della mancanza di snap e delle dimensioni eccessive". Non dovendo competere per il proprio spazio sonoro all'interno di una bluegrass band, ciò che viene richiesto allo strumento è l'immediatezza e la ricchezza di nuances del suono più che il volume. In questo le small body come la doppiozero, con la loro scala corta (24.9" per le Martin) e le piccole dimensioni sono realmente insostituibili. Ed almeno un cliente di Julius Borges (un altro liutaio americano da tenere sott'occhio) suona bluegrass su una doppiozero, con buona pace degli amanti delle dreadnought....

Ok, non proprio ma.....Introdotta dalla Martin nel 1877 e "replicata" da ispirati liutai del Nuovo Mondo (Oh brave new world!) fino ad oggidì...la doppiozero ha scritto la colonna sonora dei secoli XIX, XX e XXI (tre, per l'appunto) e potrebbe essere considerata LA CHITARRA per antonomasia non fosse stato per Segovia...e per la nostra indole latina più incline verso le chitarre spagnole (olè)...
La piccina condivide le forme aggraziate e le proporzioni della Triplozero (sorella maggiore) e della Zero (più piccina), tutte chitarre nate per le corde di budello, con solo 12 tasti fuori dal corpo ma già munite di catenatura ad X. Quest'ultimo particolare fa decisamente la differenza nel momento in cui le corde di budello passano di moda e nasce la moderna steel string....dall'unione fra un design di metà ottocento ed un gusto più tardo per la luccicante e tesa corda di acciaio (steel).
C'è da rimarcare che - anche solo dal lato estetico - già a metà del XIX secolo le Martin sono di una modernità sconcertante, grazie alla estrema semplicità delle linee e delle decorazioni...
...un deciso passo avanti rispetto alle bizzarre (seppur rimarchevoli) creazioni dei contemporanei europei (De Torres a parte...) ed ai deliri liberty di qualche decennio più tardi. A 130 anni dalla sua nascita la nostra doppiozero ha decisamente passato l'esame del tempo. E' uno strumento che ha senso in sè sotto ogni punto di vista, intrinsecamente coerente al carattere di strumento popolare che la chitarra riveste da alcuni secoli a questa parte.

"You can't buy a better guitar than a Collings".. e quindi la nostra review potrebbe tranquillamente già finire qui. Si, perchè il virgolettato qui sopra cita un certo Bob Taylor, creatore del miracolo Taylor Guitars, il quale può verosimilmente essere considerato come uno che di acustiche qualcosa ci capisce...
Ciononostante, da scettici o supponenti quali siamo (decidete voi) preferiamo toccare con mano. Bill Collings è leggendario nel guitar-business americano per essere un assoluto perfezionista, un maniaco del particolare. Malattia tecnicamente conosciuta come 'cumpianite', da Bill - un altro Bill - Cumpiano (Guitarmaking: Tradition & Technology. The bible of the craft! Lettura obbligata per tutti i liutai o aspiranti tali). In più i suoi strumenti sono dichiaratamente repliche delle gloriose Martin e Gibson pre-war. Ben fatto, bravo. Quanto basta per avere tutta la nostra simpatia!
Mancando la possibilità di visitare il nostro a Signal Hill Dr. in quel di Austin, TX, ci accontentiamo del reportage di Frank Ford (once more: thanks Fred!). Link altamente consigliato, così come tutto quanto su Frets, il sito a più alta densità di intelligenza liuteristica della rete.
Ed in effetti, la Collings Guitars è un concentrato di modi furbi per affinare l'arte del costruire chitarre perfette senza margini di errore. No guesswork, come direbbe Dan Earlwine..
Tenendo in mano la chitarra in questione si ha la netta impressione che la 00-2H sia quello che la Martin avrebbe costruito back in the 20's and 30's se ne avesse avuto le possibiltà tecnologiche e probabilmente (o forse soprattutto?), se avesse avuto la possibiltà di affinare un design inventato da qualcun altro. Sta di fatto che back in the 20's and 30's a Nazareth, PA si stava creando la steel string guitar perfetta. Oggi chi ha l'intelligenza di ammetterlo si limita ad avvalersi della tecnologia per 'nasconderla' all' interno di stumenti che nelle forme e nel suono aspirano ai loro predecessori vintage e che, se da un lato mancano degli anni di stagionatura del vintage, dall'altro rispetto al vintage offrono qualche grattacapo pratico in meno (leggi: manici dritti, tasti perfetti, suonabilità senza compromessi).
Con questo non vogliamo definire graduatorie di merito tra strumenti vintage e strumenti nuovi. Sono 2 cose diverse e, soldi permettendo bisognerebbe avere entrambe le cose.
Ok, ok... la Collings ha il manico 'bolt-on'.. alla faccia del vintage. E con questo? Sinceramente (e ve lo dico dopo aver avuto per le mani più di qualche chitarra) questo al lato pratico vuol dire avere uno strumento che pesa un pelo in più di un equivalente con manico e corpo accoppiati col coda di rondine. Stop. Il suono? La trasmissione?.. Ci sono fattori che incidono enormemente di più su suono e trasmissione tra manico e corpo. Io quella che la coda di rondine faccia suonare meglio una chitarra proprio non me la bevo. Soprattutto in un'acustica, quello che conta è la qualità dei materiali e della manufattura (workmanship). Partendo dall'eccellenza di questi 2 fattori, il risultato finale è dato dalla somma di 100.000 sfumature (1+1+1+1+...) dove ciascuna incide impercettibilmente. In pratica, questo si traduce poi nella possibilità di avere 2 strumenti all'apparenza uguali (prendi la Collings 00-2H in questione ed una 00 12 di Julius Borges) ma profondamente diversi (la sintesi di un processo e di tecniche all'avanguardia la Collings, il risultato del lavoro di un fine artigiano con tecniche e materiali 'old time' la Borges). In entrambi i casi, sfido io a giudicare il risultato meno di eccellente.

Ma torniamo alla nostra: la serie 2H della Collings vuole riprendere gli appointments della serie H28 Martin. Ovvero: fondo e fasce in palissandro (quello della Collings è indiano, quello delle Martin vintage è brasiliano), tavola in abete e herringbone purfling. La Collings in question ha la tavola in abete Sitka. Sugli strumenti vintage è più facile trovare quel famoso Adirondack (o red spruce - abete rosso) tanto sought after negli States e per il quale si paga mediamente un extra di $500.00 US dollars (a parità di strumenti) se proprio non se ne può fare a meno.
Anche qui, andrebbero fatti scorrere fiumi d'inchiostro (per carità, sarebbe inchiostro speso bene) sulle caratteristiche meccaniche e sonore di un legno rispetto all'altro (Sitka vs. Adirondack) nell'impiego per tavole armoniche di strumenti acustici. Ma non è questa la sede (maybe next time). Ci limitiamo solo ad osservare come questo mito dell'Adirondack derivi fondamentalmente da 2 fattori:
1. L'Adirondack è una specie di abete con tronchi ben più piccoli del Sitka (quindi meno facile da comprare in quantità 'industriali' per la costruzione di strumenti) e decisamente meno diffusi del Sitka sul territorio nord-americano. Quanto basta per renderlo più caro (e quindi più 'snob').
2. L'Adirondack ha caratteristiche meccaniche tali per cui si presta alla costruzione di strumenti con spiccata headroom (comprimono poco) ed elevato volume. Le famose dreadnought da bluegrass 'banjo killers', tanto amate e ricercate da chi ha esigenza di farsi sentire in una band acustica, dove proiezione sonora e volume sono caratteristiche determinanti.
Detto per inciso, contrariamente al nordamerica, l'abete rosso è invece abbondante sulle nostre Alpi ed è il topwood più comunemente reperibile qui in Italia (non solo, ma l'abete rosso Alpino fa molto chic sugli strumenti americani - tanto che Santa Cruz Guitar Co. lo offre come option deluxe: Italian Red Spruce). Tanto da essere il legno tradizionale per la liuteria in Europa (leggasi: liuteria tradizionale, cioè degli strumenti ad arco). Ok, si potrebbe andare a disquisire sulle differenze tra le specie di abete rosso nordamericane e alpine (probabilmente propendendo alla fine per queste ultime), ma il discorso andrebbe un pò fuoritema. Resta il fatto che l'utilizzo dell'abete rosso come topwood fonda le sue radici nella tradizione della liuteria Europea. Quindi è con ogni probabilità che l'utilizzo dell'abete rosso sulle chitarre Martin derivi proprio dal Vecchio Continente, da quel Christian Frederick Martin che era tedesco di nascita, poi emigrato in nordAmerica nel 1833, già figlio di un liutaio e a bottega da Johann Stauffer in Austria. Wow... l'abete rosso è la radiazione di 3°K delle chitarre acustiche, l'anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo continente. Anche qui: Europa utero delle specie...
Dopo questo delirio Darwiniano, proseguiamo nella scorsa della nostra 00... manico in mogano a 'soft V' (honduras o kaya..no, perchè il vero mogano è da intendersi... scherzo.. non proseguo, anche se ci sarebbe da disquisire anche qui), tastiera in ebano con segnatasti in abalone (al 5°, 7° e 9° così come le 00 vintage) slotted peghead, meccaniche Waverly (come visibile nella foto).
Particolarmente entusiasmanti queste meccaniche: belle, funzionali, robuste.. perfette. Costano il quadruplo delle altre marche in circolazione, ma valgono 10 volte tanto.
Completano il quadro il ponte in ebano (pyramid bridge, anche qui fedelissimo al design dell'originale), capotasto e ponticello in osso (yes!).
La verniciatura è alla nitro, sottilissima e sapientemente applicata (ci mancherebbe altro...)
Completiamo la descrizione osservando come i tasti (fretwork) siano particolarmente immacolati. Un lavoro fatto veramente a regola d'arte: ogni tasto è perfettamente seduto, le estremità sono piacevolmente arrotondate così come la sommità del tasto stesso. Guardando dalla paletta verso il basso si nota come le inclinazioni delle estremità dei tasti convergano tutte verso un punto focale. Fantastico. Per tastare (o ritastare) una chitarra a regola d'arte 'it takes the patience of a saint'...
Sono le testuali parole di Ken Parker (della Parker Guitars) che mi sento di sottoscrivere in pieno, avendo io stesso già fatto qualche tastatura o ritastatura che sia... Volete giudicare la qualità del lavoro di un liutaio da un unico particolare? Guardate i tasti: sono la cartina di tornasole

..e come volete che suoni? Suona bene. Anzi: suona proprio alla grande. Le caratteristiche della scala corta e dei 12 tasti fuori dal corpo trovano la loro piena realizzazione in questa Collings. Sarà per una questione di gusti personali, ma ho sempre pensato alle 12-frets guitars come aventi '2 frets more body', piuttosto che '2 frets less neck'... non so se mi spiego. Ricordo di aver letto tempo fa un'intervista allo stesso Bill Collings, il quale affermava la sua passione per questo design suffragandola con un 'I could probably get away with only three (di tasti, n.d.t.)'.
Sta di fatto che avere solo 12 tasti fuori dal manico comporta il riposizionamento del ponte, della buca e della catenatura, risultando in uno stravolgimento dell'acustica dello strumento, rispetto all'equivalente con 14 tasti fuori dal corpo. In particolare, nella 00 la buca viene a cadere in corrispondenza della 'vita' (waist), a detta di molti una posizione ottimale (anche sulla Nick Lucas, nella versione a 13 tasti fuori dal corpo, succede questo). Per non parlare della proporzione tra superficie della tavola armonica e profondità delle fasce, le quali nella 00 risultano stare in un rapporto 'perfetto' (a detta di molti, tra cui proprio Norman Blake).
Il risultato è un suono pieno, corposo, ricco armonicamente e piacevolmente bilanciato tra bassi, medi (ah, i medi...) e acuti.
Regolando lo strumento per un'action 'da acustica', finalmente possiamo montare una muta .012 senza che la chitarra risulti rigida. Anzi: le corde grosse e piacevolmente morbide invogliano a suonare con espressività... dinamica, dinamica, dinamica!
Ed è proprio questo il bello dello strumento: permette di suonare con dinamica. Non occorre pestare per tirarne fuori la voce..si suona a volumi minimi con una ricchezza armonica e di colore spettacolare. Al contempo, se occorre pestare la chitarra risponde con autorità e volume, comprimendo pochissimo e proiettando le note in avanti con quel classico 'stunf' nell'attacco tipico degli strumenti di ispirazione Martin.
Accordare 1/2 o addirittura 1 tono sotto è una libidine: i bassi gorgogliano caldi e definiti e le corde alte si fanno strappare e tirare come se fossimo Bukka White con le sue dita di legno seduto sotto al portico della sua casa nel Mississippi...
Potrei andare avanti, ma non voglio rischiare di risultare prosaico o stucchevole. Questa Collings è quello che vorremmo fossero tutte le chitarre. Strumenti per ispirare, invogliare a suonare, produrre musica e gorgeous tone!
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