Carina vero? E' la piccola Gibson oggetto di questa rewiew, quando ancora si beava al sole della Florida, sotto il portico del precedente proprietario. Ora ha deciso di trascorrere gli anni della pensione qui in Italia, ma di ritirarsi dal servizio non ci pensa proprio...ha ancora una grande voglia di deliziarci col suo suono: loud, sweet and clear......ma non corriamo troppo. Per il momento è sul nostro bancone a curarsi gli acciacchi dell'età. Nulla ci vieta però di raccontare la sua storia, cominciando da...
Ad un primo sguardo la storia della steel string guitar può apparire come un fiume che si biforca in due rami distinti. Due grandi innovatori, Christian Frederick Martin ed Orville Gibson, sono all'origine di due diversi modi di costruire ed intendere lo strumento. Orville Gibson applica alla chitarra concetti mutuati dalla grande tradizione costruttiva dei violinai italiani, creando la vasta famiglia di strumenti archtop. Christian F. Martin porta a livelli di eccellenza la cosiddetta Parlor Guitar introducendo la catenatura ad X e contestualmente creando lo standard della chitarra flattop, strumento di grande diffusione popolare prima negli States e poi in tutto il mondo. Entrambe le famiglie di strumenti raggiungono tra fine degli anni venti e l'inizio dei trenta il culmine del loro processo di sviluppo. Per molti le chitarre costruite in quell'epoca raggiungono un livello mai più sorpassato - al massimo eguagliato - nei decenni successivi.
Se si pensa alla Golden Era della chitarra flattop, pertanto, in genere si pensa alla Martin, i cui strumenti dell'epoca hanno raggiunto cifre da capogiro sul mercato del vintage. Ed è senz'altro vero che tali strumenti racchiudono in sè un altissimo grado di qualità artigianale (craftsmanship) unito ad un design portato a perfezione nel corso di mezzo secolo.
Ciò detto, bisogna rimarcare che anche la Gibson ha detto la sua nel campo delle flattop a partire dagli anni trenta. Lo ha fatto senza particolari innovazioni, reinterpretando a suo modo la catenatura ad x che tanta importanza ha nel definire il suono della chitarra americana. Lo ha fatto anche, indubbiamente, senza raggiungere le vette di perfezione artigianale (ed estetica, a mio parere) delle Martin.
Purtuttavia le chitarre Gibson degli anni trenta quaranta e cinquanta sono strumenti ben disegnati, di altissima qualità sonora, dotati di una loro spiccata personalità che li pone al fianco delle concorrenti più blasonate.
Come dimenticare la grande famiglia delle J, nate nel '34 con la capostipite e semplicemente detta 'Jumbo', poi rimpiazzata appena nel '36 dalla J-35 ('35' perchè costava 35 dollari) e quindi nel '42 dalla famosa e ben più longeva J-45 (o J-50, la versione gemella senza sunburst). A fare da intermezzo a queste 3 sorelle che si sono passate il testimone, altri modelli a completare la gamma, quali l'affascinante e controversa SJ (southerner jumbo), o la enigmatica J-55 col suo ponte prima a baffi, poi ad ali di pipistrello, quindi la piccola serie delle 'Hawaiian' Roy Smeck (Stage Deluxe e Radio Grande). Per finire con la maestosa, rarissima e ricercatissima Advanced Jumbo ('34 -'38). Tutte round-shoulders dreadnought (cioè a spalle arrotondate) di grande successo e popolarità. Una replica dell'Advanced Jumbo viene attualmente prodotta persino da Eric Schoenberg, uno che notoriamente non ama le chitarre di grande formato. Per quanto riguarda le small-body, piuttosto note sono le varie L-0, L-00 ed L-1, tipicamente utilizzate da bluesman del calibro di Robert Johnson. Un po' meno conosciuta la splendida Nick Lucas Special, usata ancor oggi da Norman Blake, e da cui ha tratto ispirazione la Santa Cruz per il suo modello H (forse il preferito di Richard Hoover, fondatore della manifattura californiana). Ma che dire della nostra LG-2?
Se ne impara sempre di nuove...leggevo di recente una intervista a John Hiatt il quale sosteneva che LG stia per Lady Gibson. Una chitarra destinata al gentil sesso, insomma. Lo stesso Hiatt lo ha scoperto di recente, pur suonandone una da anni senza complessi di sorta, probabilmente leggendo un'intervista a qualcun altro che lo aveva saputo da....ok, verificherò. Con le Stratocaster è più facile : azzurro (Daphne Blu) per i maschietti, rosa (Shell Pink) per le femminucce.

La serie LG (Lady Gibson, dunque) viene introdotta all'inizio degli anni quaranta. Nel corso del decennio successivo si differenziano quattro diversi modelli (più un modello 3/4 nel 1957).Nell'ordine:
LG-0 ed LG-1 vennero introdotte come chitarre per principianti e non presentano la catenatura ad X (hanno invece la catenatura parallela, quella che gli americani chiamano ladder bracing).
La LG-2 (costruita dal 1942 al 1962, sempre sunburst) e la sorellina LG-3 (dal 1946 al 1953, natural) erano pur sempre chitarre economiche, ma ben progettate e soprattutto lightly built, cioè leggere. Non a caso pongo l'accento sulla leggerezza. Le chitarre di fabbrica dal dopo guerra in poi hanno cominciato ad essere sempre più pesanti (overbuilt, dicono efficacemente gli americani), per l'unico scopo di risultare più robuste. Un modo per avere meno reclami, insomma, sacrificando per molti versi la qualità sonora...
Un ulteriore elemento di appeal, normale per l'epoca, è la vernice nitrocellulosica (sapete come la pensiamo in proposito). Anche qui c'è da fare una digressione. Le flattops della Gibson hanno visto anni bui: dal '60 al 1983 vennero costruiti strumenti orribili. Solo in seguito la Gibson è tornata a livelli di eccellenza costruttiva con le chitarre prodotte a Bozeman, nel Montana. Ma dalle origini fino ad oggi - caso unico tra le grandi manifatture - è rimasto costante l'utilizzo della nitrocellulosa, senza alcuna concessione all'utilizzo delle "moderne" vernici catalizzate. Grazie, lo apprezziamo molto.
La prova della nostra LG-2 ha luogo in una trattoria dell'entroterra ligure. Tagliatelle con sugo di coniglio e bollito misto al bagnetto verde, annaffiati da un buon vino rosso piemontese. Una volta sazi siamo liberi di assaporare il suono della piccola senza tema di distrazione, a parte la conturbante cameriera che ogni tanto si aggira nella sala. Che dire dunque? E' difficile smettere di suonare una chitarra tanto piacevole. Saranno le piccole dimensioni e la scala corta, sarà l'incredibile volume o il timbro chiaro e dolce, con bassi profondi ed acuti scintillanti, la chitarra cambia spesso di mano, tra un fingerpicking alla Bromberg o un flatpicking alla Blake, con qualche deviazione su Villa Lobos o Piazzolla da parte del più "classico" di noi tre. Piuttosto versatile, direi.
E dire che il ponticello è mezzo scollato, così come molte catene. Chissà come suonerà dopo il lungo intervento a cui la sottoporremo in laboratorio?
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