
Vintage. Ossìa? Ponetevela anche voi la domanda. Noi l’abbiamo già fatto.
Il vintage, per il chitarrista vero, rappresenta la porta verso il suono che si ha in testa e che altrimenti non si riuscirebbe ad ottenere. L’unica porta. Cos’altro giustificherebbe i sacrifici e i salti mortali (non necessariamente economici) necessari per poter arrivare a certi strumenti?
Forse il "cool factor" che deriva dal salire su un palco con uno "spellatone" vecchio 40 anni appeso al collo? Ci piace pensare proprio di no. Questo deve (e dico deve) rappresentare un piacevole fatto incidentale. Altrimenti diventa snobismo, e a noi i chitarristi narcisisti che inevitabilmente finiscono per fare le mossette tristemente idiote di autocompiacimento mentre suonano stanno veramente dove non dovrebbe mai battere il sole.
Forse il vintage come investimento? Ok, ma questo è tutto un altro paio di maniche. Eppoi, il mercato è inquinato dai purtroppo molti che comprano e rivendono chitarre per intascare quattrini. Vorremmo vedere gli strumenti merce di scambio solo tra musicisti ed appassionati, che preservino e valorizzino la natura vera degli strumenti che trattano e cioè: quella di produrre magnifica musica. Un po’ naif come riflessione? Ve lo concediamo; ma gli altri investano pure in garage e fondi dei paesi in via di sviluppo...
Non ci riferiamo, ovviamente, ai rivenditori specializzati con tanto di partita IVA, che a modo loro offrono pure un servizio a quelli che vogliono prendersi il lusso (pagandolo!) di scegliere tra 5 Stratocaster pre-CBS e non hanno voglia di sbattersi per trovarsele in giro.
Dove va a parare questa discussione? Forse non è chiaro neppure a noi. Però qualche spunto di riflessione lo offre.
Tra questi spunti, l’alta, altissima considerazione in cui teniamo il vintage non necessariamente nobile. Proprio in virtù del fatto che siamo musicisti, e non...va beh. E non dell’altro. Cioè tutte quelle chitarre, ampli, effetti di scarso o nullo valore collezionistico ma di alto (in alcuni casi sublime) valore "artistico", facenti parte delle ere passate (quindi vintage) e in grado di conferire un piacere retrò, speziato, un po’ scolorito come le foto da bambini, ma assolutamente unico a chi le suona. Sappiamo che per chi il vintage lo "smercia", tutto ciò è di interesse nullo. Ma questo raddoppia il godimento di chi il vintage lo suona. Un po’ per il gusto del poter dire ai precedenti signori un bel "di musica non ci capite proprio una mazza" a ragion veduta, e (last but not least) per il gusto di avere un suono enormemente più personale e "vero" del 90% delle persone la fuori al 20% del costo. E scusate se è poco.
L’oggetto di questa review si colloca dunque di diritto in quest’ultima categoria di vintage (cioè, quello da gloriose pezze al culo). Anzi, siamo fin da subito a promuovere una mozione per la proclamazione della Harmony Rocket gran reginetta del clochard-vintage (sondaggio: starebbe meglio cloch-age, o vint-hard? Noi propendiamo per la prima, ma il dibattito è aperto...scrivete pure mail con la vostra opinione). E scusate se abbiamo anticipato gli esiti della prova.

La Rocket in questione risale all’anno di grazia 1972, appena in tempo prima della chiusura dello stabilimento di 3633 Racine Ave, Chicago USA (avvenuta nel 1975). Evoluzione di una serie nata nei primi anni ’60, la nostra è (a detta di autorevoli fonti) un modello H56/1: Red Shaded finish, white pickguard, two pickups, white pickup bezels, bolt on neck, dot inlay position markers, 3 to a side tuners, double cutaway, tremolo. In poche parole (e abbastanza evidentemente...vedi foto) questa è un’imitazione per poveracci di una 335. Beh, in effetti è un’imitazione con molte licenze, ma all’epoca si badava all’aspetto. Si, anche perché la sostanza è quella di una chitarra che con la 335 non ha niente a che spartire e che, a voler essere franchi, a darle dell’imitazione di una qualsiasi cosa le si fa un torto.
Come tutte le Rocket, la nostra è una hollowbody (semiacustica) senza anima centrale, con 2 generose buche a "f". In più è thinline (a cassa stretta) e con doppio cutaway. Il manico si unisce al corpo al 18° tasto ed è fissato per mezzo di 4 belle viti. Costruito in 3 pezzi di mogano (stabile!), il manico è ben scolpito con una forma c spessa il giusto ma tendente allo stretto. E’ dotato di truss rod accessibile dalla paletta, una volta rimossa la placca color crema a forma di missile che riporta con orgoglio la sigla "made in U.S.A.", giusto per non sbagliarsi. La tastiera è in legno non ben identificato, tinto per dargli una colorazione un po’ più nobile, sul quale sono installati tasti piccoli (vintage) ma ben rifiniti. Il tutto conferisce al suono una bella legnosità, ma ovviamente toglie alla suonabilità "moderna". Meccaniche ultra-funky con ghiera esposta e pomellino in plastica bianca (va beh, ormai è giallina) che lasciano un po’ il tempo che trovano, ma che una volta sistemata l’accordatura reggono dignitosamente. Il ponticello in legno (palissandro) è regolabile in altezza per via delle solite 2 ghiere ed è "floating", cioè semplicemente appoggiato sulla cassa e tenuto fermo dalla sola pressione delle corde, come in qualsiasi archtop che si rispetti (e ancora una volta in barba alla 335 e al suo tune-o-matic).
Le corde sono ancorate ad un improbabile sistema tremolo rivettato alla cassa, che trasuda economia e fascino retrò attraverso i riflessi della cromatura. Come tremolo non vale una cicca, ma non da problemi di stabilità di accordatura. In più a mio giudizio conferisce una sorta di riverbero al suono, o almeno ne da l’impressione.
Il corpo è di multistrato di legno non ben precisato (ma di buona qualità) contornato in celluloide. Come già detto, non c’è anima centrale, per cui a scapito dell’essere thinline, la chitarra gode di un certo volume anche da spenta.
La finitura è felicemente in nitrocellulosa, piacevolmente ingiallita e segnata dal tempo, contribuisce al fascino e al suono dello strumento.
La Rocket presenta 2 pickup single coil De Armond (fabbricati dalla Rowe Industries), controlli di volume e tono separati per ogni pickup e selettore a 3 posizioni. E’ quindi possibile il classico giochetto di miscelare il volume di un pickup rispetto all’altro (e il tono) quando entrambi sono attivi (selettore in posizione centrale). I pickup hanno un’aspetto very cool, cromati con ghirigori dorati e poli regolabili. Non sono propriamente dei Filter-Tron, ma all’aspetto l’andazzo è quello e quindi conferiscono una sorta di alone 'benedetto' alla chitarra, traendo un po’ dal fascino delle Gretsch. Molto, molto rockabilly e anni ’50. Insomma: hanno proprio l’aspetto di suonare bene! Curioso notare come tutta l’elettronica sia stata pre-montata (saldature e tutto il resto) e quindi installata in blocco unico sulla chitarra in un secondo tempo. Questo lascia presagire che la Harmony comprasse il tutto già "precotto" dalla Rowe.
Una volta sistemata a dovere (setup) con una bella muta di .011 (lasciate perdere le super slinky su questa) la chitarra si lascia suonare senza troppo sudore. Certo, non pretendete la facilità di esecuzione che si ha su una PRS. I tasti piccoli, il manico stretto e la scorrevolezza migliorabile sicuramente qualche difficoltà in più la pongono. E gira che ti rigira, scopri che le cose migliori che si riescono a fare sono quelle "roots". Anzi, proprio in virtù di certe idiosincrasie, le tecniche rockabilly, blues, ecc. suonano particolarmente "reali". Insomma: i limiti dell’essere vintage permettono di ricreare i suoni vintage (per l'appunto) anche nell’esecuzione con un livello di fedeltà totale. Come a dire: limiti, ma non necessariamente.

L’abbiamo tenuto "celato" fino ad ora, ma il piatto forte è proprio questo. Con i suoi Rowe / De Armond la Rocket mette nelle mani una qualità di suono a dir poco spropositata, rispetto al valore commerciale dello strumento. Anzi, a volerla dire tutta la qualità del suono è esagerata in senso assoluto! Abbiamo prima citato le Gresch. Ebbene, un po’ del "magic factor" di queste meravigliose chitarre si annida tra gli strati del plywood di questa Rocket. Il pickup al manico è definitissimo, legnoso, con acuti che li senti nei denti: spessi e rotondi. I bassi sono pieni e con uno strato di vetro sopra al tempo stesso: un pianoforte. Il pickup al ponte nelle mani giuste potrebbe tranquillamente far passare la Rocket per una Telecaster. Twangy, twangy, twangy, al quale si mescola ancora una volta un po’ di quel suono del legno che invece in una Tele resta bandito dal ponte. Col selettore in posizione centrale, si potrebbe passare le notti svegli a suonare cover di Tom Petty e gli Heartbreakers. Oppure, dotandosi di sane dosi di slapback, a ripassarsi tutte le mosse dei big del rockabilly: Cliff Gallup, Eddie Cochran, ecc. ecc.
Neppure da chiederlo: evviva il vintage-cheap (o cloch-age) se questa Harmony Rocket è quello che significa. Speriamo solo che i prezzi non aumentino a causa di un’improvvisa e intempestiva avvedutezza di tutti i chitarristi del mondo. Le prossime che passano da queste parti, sicuramente si fermano a casa per una "Race With the Devil"!
A seconda del vintage, delle condizioni, dal modello e dal numero di pickup (ce ne sono a 1, 2 oppure 3 pickup) le Rocket si trovano per prezzi che mediamente ballano tra i 300 e i 500 Dollari (US). Le aste su Ebay si chiudono su prezzi solitamente inclusi in quella fascia.
Per approfondire consigliamo
Tavola armonica: compensato Fondo e fasce: compensato Tastiera e ponticello: mistery wood / palissandro (?) Scala: 25 e mezzo (direi, ma non l'ho misurata) Vernice: nitrocellulosa, coi segni del tempo Custodia: dipende... questa l'aveva (non originale)
335 (ma solo per via delle buche e "f" e doppia spalla mancante).
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