La GAS (Gear Acquisition Syndrome - disturbo della psiche che comporta un impulso continuo ed irrefrenabile all’acquisizione di nuovi strumenti) è un po’ come il virus dell’herpes. Una volta che ce l’hai, te lo tieni. Alterni fasi acute a fasi di latenza, ma ti devi rassegnare a conviverci. O forse, sono i tuoi famigliari (moglie, convivente,..) a doversi rassegnare. Beh, sta di fatto che stavamo curandoci da una fase particolarmente virulenta, quando ci siamo rimessi a scherzare col fuoco (leggi: cazzeggio su ebay.com). Il mondo a portata di click. Specialmente dopo che ci hai preso un po’ confidenza, i danni che si possono fare con un minimo di inglese, una carta di credito e sane dosi di libidine (e discernimento) per la produzione di chitarre/ampli/pedali made in USA (e non) degli ultimi 50 anni, sono immensi. La tecnologia amplifica le possibilità degli idioti, diceva (più o meno) Voltaire. Giusto, ma incompleto: anche quelle degli scriteriati. Pensate che non più di 10 anni fa, per l’equivalente di 2 ore di saggia navigazione su Ebay, occorrevano 2 mesi di ferie, un sacco di contanti, una macchina a nolo, biglietto aereo per gli USA ed una mappa dei pawnshop che coprisse lo spazio di almeno 3 fusi orari per latitudini tra Chicago e New Orleans.

Su queste pagine web non abbiamo mai nascosto il nostro sincero apprezzamento per gli strumenti anni ’50, ’60 (e qualcosa di inizio ’70) prodotti in USA per il mercato economico. Marche come Harmony, Kay, Silvertone, Danelectro, Airline, Supro, Valco racchiudono in sé piccoli tesori: monumenti alla genuinità e spensieratezza della produzione "industriale" USA di quegli anni (’50), magici al punto di estendere il loro influsso benefico nel corso di praticamente tutto il decennio successivo (’60), nonostante la famigerata apparizione dei Beatles all’Ed Sullivan Show, a valle della quale l’America si scoprì il più grosso mercato mondiale per chitarre ed affini. Nella fattispecie, la nostra Silvertone deriva da quella Danelectro Company fondata da tale Nathan Daniel nel 1947, quando in rotta con la Epiphone, cominciò a produrre amplificatori per conto della Montgomery Ward e, fin dal 1948, chitarre sotto il nome di Danelectro. Il marchio Silvertone farà la sua comparsa solo nell’autunno del 1954, come linea di strumenti da commercializzare attraverso la distribuzione Sears (cataloghi per corrispondenza e grandi magazzini).
L’oggetto in questione è una Silvertone Jupiter e si presenta da subito con un pedigree infallibile: arriva da Waukesha, Winsconsin (home of Les Paul), corpo (hollow!) in multistrato essiccato al caldo dei riscaldamenti ad aria della Chicago urbana di Muddy e Magic Sam, i nostri amati Rowe-De Armond "i più grandi piccoli pickup del mondo", finitura in black & gold sparkle, manico bolt-on (le 3 viti delle chitarre made in Danelectro / Silvertone non hanno nulla a che vedere con le 3 viti di Fenderiana memoria), tastiera in palissandro brasiliano con segnatasti in vera madreperla, metal Silvertone logo, scala corta (anzi, cortissima) e leggera come una piuma. Poi il nome, gli anni della corsa allo spazio, della modernizzazione dello stile di vita (rocket, jupiter, stratotone, meteor, stratocaster, telecaster) il marketing dell’epoca insisteva sempre su quello: dalle chitarre alle automobili (ma volete mettere una Cadillac DeVille, o Impala, con quei "tailfin" e quelle cromature rispetto ad una Punto..?). Inspiegabilmente, i compratori non facevano la fila dietro a quest’asta. Le mosse sono sempre quelle: "track it on my ebay" e sveglia ad ore impossibili (per questa, le 2:25 AM). Vediamo se riusciamo a portarla a casa... Detto, fatto: "congratulations! You’re the highest bidder". Prezzo assurdo (non ci compri neppure un pedalino di ‘sti tempi), brindisi con succo di frutta e back to bed contenti come la faina quando esce dal pollaio con una gallina in bocca...
All’esame "dal vivo" non ci sono sorprese: strumento in condizioni praticamente mint (..non il "quasi nuovo" tipo la palandrana di Paperone, comprata nel Klondike nel 1916). Un rapido esame "interno" per determinarne l’età: potenziometri CTS datati 1961, timbro interno tutto quadra, tutto torna: 1961 100% originale. Anche la soft shell case originale sembra nuova: pink plush lining interior, nel piccolo vano portaoggetti interno c’è ancora il suo cavo in dotazione originale (!) con plugs switchcraft. Doveva essere di qualcuno che l’ha ereditata da qualche zio o nonno e che ha provato a suonarla si e no una decina di volte in tutto. Della serie: la chitarra non fa per me (comprovato dal fatto che sol, si e mi erano montati avvolti al contrario sulle meccaniche). Abbiamo già parlato del corpo hollow in multistrato d'acero e della tastiera in palissandro brasiliano con segnatasti rettangolari in madreperla. Dobbiamo ancora osservare una verniciatura (nitro) che per i benedetti effetti del tempo è ormai una pellicola sottilissima e asciutta, piacevolmente fragile. Il manico ha una confortevole forma a "C" con un po' di spalla ed un taper praticamente trascurabile (occorre abituarcisi un po'). Le corde sono fissate ad un tailpiece in metallo e passano sopra ad un ponticello stile "archtop" (quindi floating) in palissandro pure lui, regolabile in altezza con le solite 2 rotelline. Il binding su corpo (davanti e dietro) e tastiera è in celluloide e col tempo ha acquisito un aspetto 'greenish' tale e quale quello dei parapenna Fender dal '59 al '64 (late '59 to mid '64, per voler essere precisi). Il manico inspiegabilmente dritto come un fuso e tasti intonsi mi invogliano a partire subito con un rapido "restauro" per togliere 40 di ruggine dalle ossa di questa jupiter e sentire come se la cava collegata ad un ampli. In questi (rari e fortunati) casi basta un po’ di lana d’acciaio 0000 da restauratore, un paio di cotton fioc (puliti!), olio di lino crudo e olio di gomito per rimettere a nuovo la tastiera. Una goccia di lubrificante alle meccaniche (quello della macchinetta regolabarba, che ci crediate o no, è il migliore allo scopo) ed una muta nuova di corde completano il necessario per il breve lifting. Non serve neppure regolare il trussrod. Giusto per fare gli "eccessivi", misuriamo la resistenza dei pickup (misura che non indica nulla, se non la continuità dell’avvolgimento e la lunghezza del filo a patto di conoscerne la sezione): 5,90kOhm al manico e 6,20kOhm al ponte. Con un cacciavite verifichiamo la magnetizzazione dei poli ok, campo presente e bello robusto. Almeno adesso siamo certi che i pickup sono vivi. In più, ci sono le premesse per un bel suono single coil, per nulla "overwound".
Non c’è molto da capire per venire a capo dello strumento in questione: switch a 3 posizioni (bass, treble e blender), volume e tono per ciascun pickup e "blender pot" per miscelare i 2 pickup con lo switch in posizione centrale (cool!). Il tutto montato su un parapenna "parchment white" (bianco in origine) che permetteva il pre-assemblaggio della circuitazione a parte e il montaggio sulla chitarra "in una botta unica" (pickup a parte) del tutto.

Dotati di cavo ed ampli, ci basta poco per renderci conto della differenza abissale tra ciò che viene caratterizzato come "strumento economico" adesso (di produzione attuale), rispetto a quello che significava uno "strumento economico" 42 anni fa. Fattori d’invecchiamento (intesi come miglioramenti) a parte. Questa è una signora chitarra. L’aspetto potrà essere quello di uno strumento "per gioco", ma il suono di questa Silvertone non scherza per niente: definito, pieno e granoso al tempo stesso. Questi spettacolari De Armond hanno una botta incredibile e con una muta da .011 fanno saltare dal pavimento il nostro Twin Reverb. Windy city-approved tone, folks! Ci dotiamo di uno slide ponendo così solide basi per inimicarci il vicinato per sempre. Il suono nel complesso ricorda un po’ quello di una tele thinline, ma con un pickup al manico più "tagliente" ed un pickup al ponte più "woody" e carnoso. Mica male. Col selettore in posizione centrale possiamo svariare col "blender pot" da un suono completamente chiuso ad uno in controfase funky e positivamente "cheesy", che implora per essere usato con un ampli da pochi watt spinto a manetta. I suoni chiusi permettono una convincente imitazione di organo, specialmente se usati con un bel pedale di tremolo o un pitch modulator. Noi con un TC Electronic SCF abbiamo tirato fuori un suono da hammond + leslie che farebbe la gioia di chiunque appassionato di sonorità Blue Note anni ’60.
Entusiasti di questa Jupiter. Per davvero. Il suo punto di forza è senz'altro la dinamica. Grazie ai suoi legni stagionati, ai pickup benedetti, alla scala corta questa è una chitarra che risponde alle dita, al tocco. Da suonare con 1000 sfumature. Che altro aggiungere?...Che, viste le dimensioni compatte e la leggerezza, è pure un strumento ideale da appoggiarsi sulla pancia e strimpellare sul divano, meglio se di domenica pomeriggio dopo una strafogata di ravioli e torta di mele, l’optimum in attesa che sopraggiunga la botta di sonno post-prandiale per la proverbiale pennica festiva.
Corpo: multistrato d'acero Tastiera e ponticello: palissandro Scala: ...e chi l'ha misurata?...è corta, più corta di quella di una Gibson Vernice: black with gold sparkle nitro Custodia: soft shell (erano letteralmente di cartone!)
Visto l'alto indice di "ascolti" della review, abbiamo pensato bene di postare qualche mp3 della chitarrina in questione, sperando di fare cosa gradita ai molti aficionados del vintage-cheap. Pur con i limiti atavici del chitarrista, ci pare più che evidente la qualità spropositata del suono di questa Silvertone...man: it drips tone from every note!
Tutto ciò anche grazie al nostro trusty Ampeg Gemini VI (cono cono da 15 Jensen Concert originale), fresco fresco di modifica (yes boys, Dino's ha colpito ancora!). Tra Jupiter e Ampeg un semplice cavo (George L's vintage red). Registrazione in diretta su hard disk, il riverbero è quello dell'Ampeg (il famoso "concert hall reverb" Ampeg, con cui pochi reggono il confronto...)
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